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Caldo record, l’Italia boccheggia: da 7 a 15 città in bollino rosso

Anziana seduta all’ombra con bottiglia d’acqua si asciuga il sudore in una piazza assolata
Persone stremate dal caldo cercano sollievo all’ombra in una piazza cittadina, simbolo dell’ondata di calore in Italia.

Il caldo torna a stringere l’Italia senza pause e il salto delle allerte racconta meglio di qualunque percezione quanto la situazione stia peggiorando. Nel giro di 48 ore le città con bollino rosso passano da 4 a 15, mentre dall’Europa arrivano dati che danno la misura reale del problema: a giugno, durante l’ultima ondata di calore, si stimano almeno 14mila morti in eccesso.

Il nuovo picco di afa che attraversa il Paese

Il bollettino del ministero della Salute segna un’escalation netta. Dopo Brescia, Firenze, Perugia e Torino, oggi mercoledì 15 luglio entrano in rosso anche Bologna, Frosinone e Roma. Domani, giovedì 16, il livello massimo di allerta coinvolgerà 15 città, con Cagliari, Campobasso, Genova, Latina, Palermo, Pescara, Rieti e Viterbo che si aggiungono alla lista. Anche dove non si arriva al rosso il quadro resta pesante: Bolzano, Milano, Trieste, Venezia e Verona sono previste in arancione, mentre altre città restano in giallo, cioè in pre-allerta. Il dato forse più eloquente è un altro: non c’è nessun bollino verde. Significa che il caldo non è più un’emergenza localizzata, ma una condizione diffusa che coinvolge Nord, Centro e Sud, con temperature alte anche nelle ore notturne e un’umidità che rende più difficile recuperare. Per chi vive in città, soprattutto nei quartieri più densamente costruiti, l’effetto concreto è quello di giornate sempre più faticose, sonno disturbato, maggiore stress fisico e un rischio sanitario che cresce anche senza arrivare a episodi estremi.

I 14mila morti di giugno e il peso dei dati europei

Il numero che emerge dall’analisi pubblicata da Politico sposta la discussione su un piano meno astratto. L’ondata di calore partita intorno al 18 giugno e proseguita fino all’1 luglio avrebbe causato almeno 14mila decessi in eccesso in Europa occidentale. Le stime citate parlano di circa 2mila morti in Francia, 1.740 in Belgio, 6.800 in Germania, 480 nei Paesi Bassi, 810 in Spagna e circa 2.200 nel Regno Unito. A rafforzare il quadro ci sono anche i dati di EuroMoMo, il sistema di monitoraggio della mortalità sostenuto da Ecdc e Oms, secondo cui tra il 22 e il 28 giugno nei 27 Paesi membri monitorati sono stati registrati 10.650 decessi in eccesso. Si tratta di un indicatore usato proprio per misurare l’impatto rapido di eventi come le ondate di calore, perché il caldo raramente compare da solo come causa immediata: più spesso aggrava malattie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche già presenti. Per questo gli esperti invitano a leggere questi numeri con attenzione, ma senza ridimensionarli. Lasse Skafte Vestergaard, dello Statens Serum Institut danese che ospita EuroMoMo, ha spiegato che al momento non ci sono altre minacce sanitarie evidenti in grado di giustificare una mortalità così alta e concentrata.

Perché questa ondata riguarda tutti e non solo i fragili

La tentazione è pensare al caldo estremo come a un rischio limitato ad anziani e malati cronici, ma la realtà è più larga. Certo, le persone più vulnerabili restano le più esposte, soprattutto se sole, in case poco ventilate o senza climatizzazione. Però le ondate di calore hanno effetti che toccano una platea molto più ampia: peggiorano la qualità del lavoro all’aperto, aumentano la pressione sui pronto soccorso, complicano gli spostamenti, rendono più pesanti le notti e incidono perfino sulla produttività e sulla concentrazione. Quando le temperature restano alte per giorni e non scendono nemmeno dopo il tramonto, il corpo recupera meno e la soglia di tolleranza si abbassa. Il punto, allora, non è soltanto affrontare l’emergenza di questa settimana, ma prendere atto che questi episodi stanno diventando più frequenti e più intensi. Gli esperti collegano i picchi registrati a un contesto climatico alterato dall’attività umana, soprattutto dall’uso di combustibili fossili. Per il lettore questo significa una cosa molto concreta: il caldo non è più un fastidio stagionale da sopportare, ma una variabile che entra nella salute pubblica, nell’organizzazione delle città e nelle scelte quotidiane. E i prossimi bollettini, più che una formalità estiva, rischiano di diventare uno dei termometri più sensibili del tempo che stiamo vivendo.