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Tragedia al parco delle Cave: donna di 48 anni muore dopo un tuffo

Colonnina SOS e soccorritori sulla riva di un lago di cava con salvagente e attrezzatura di recupero
Soccorritori e colonnina SOS sulle sponde di un lago di cava, scenario di un tuffo finito in tragedia.

Milano torna a fare i conti con una tragedia già vista. Una donna di 48 anni è morta nel pomeriggio del 15 luglio dopo essersi tuffata nelle acque della cava Cabassi, nella zona sud della città, e non essere più riemersa.

Il dramma nel pomeriggio alla cava Cabassi

L’allarme è scattato poco dopo le 16, quando alcune persone presenti nel parco hanno visto la donna entrare in acqua e sparire subito dopo. A quel punto hanno utilizzato una delle colonnine Sos installate nell’area per chiedere aiuto. Sul posto sono arrivati la Polizia locale e i vigili del fuoco, impegnati nelle ricerche e nel recupero del corpo. Secondo le prime informazioni, la vittima aveva 48 anni. La dinamica conferma ancora una volta quanto bastino pochi istanti perché un bagno apparentemente innocuo si trasformi in un incidente mortale. In giornate di caldo intenso, le cave diventano per molti un richiamo facile, soprattutto quando i parchi cittadini si riempiono e l’acqua appare come l’unico sollievo possibile, ma proprio quell’apparenza è spesso il primo fattore di rischio.

Perché quei laghi artificiali sono così pericolosi

Fare il bagno nelle cave è vietato, e il divieto non ha nulla di formale. Questi specchi d’acqua nascondono condizioni molto diverse da quelle di una piscina o di un lago balneabile. La temperatura può essere molto bassa anche in piena estate e lo sbalzo termico, entrando all’improvviso, può provocare shock fisici, crampi e perdita di controllo. A questo si aggiunge la particolare densità dell’acqua, indicata più volte dagli addetti ai soccorsi come uno degli elementi che rendono difficile restare a galla anche a chi sa nuotare bene. Il fondale, poi, non è regolare, la profondità cambia rapidamente e la percezione del rischio, dalla riva, è quasi sempre falsata. Per chi frequenta questi luoghi nelle ore più calde il messaggio è semplice e concreto: non conta l’esperienza in acqua, perché in cava il problema non è soltanto sapersi muovere, ma riuscire a reagire a condizioni che cambiano in pochi secondi.

Una sequenza di incidenti che si ripete

Il caso di oggi si inserisce in una scia che a Milano e nell’hinterland non può più essere considerata episodica. L’ultimo incidente mortale risaliva al giugno 2025, quando un uomo di 38 anni si era allontanato dagli amici per fare un bagno e non aveva più fatto ritorno. Dopo la denuncia di scomparsa presentata dal padre, il corpo era stato individuato da un pescatore nel lago artificiale e recuperato dai vigili del fuoco. Due anni prima, un’altra tragedia aveva colpito la Cava Ongari, dove un ventenne peruviano aveva perso la vita mentre si trovava in acqua con un parente. Sono episodi diversi, ma con un filo comune molto netto: il caldo, la sottovalutazione del pericolo, l’idea che quei laghi artificiali possano offrire un’alternativa accessibile e immediata. Per questo la questione non riguarda solo il rispetto di un cartello, ma il rapporto tra spazi urbani, sicurezza e prevenzione. Le colonnine Sos hanno consentito di dare l’allarme in tempi rapidi, ma quando una persona scompare sott’acqua il margine di intervento si riduce drasticamente. Ed è proprio questo il punto che ogni estate torna davanti agli occhi della città, lasciando dietro di sé la stessa domanda su come impedire che il prossimo tuffo diventi un’altra notizia di cronaca.