Coop archivia il 2025 con un giro d’affari stabile a 17 miliardi di euro, conferma la propria presenza tra le prime insegne della grande distribuzione italiana e apre una nuova fase al vertice con il passaggio della presidenza da Maura Latini a Domenico Brisigotti. I numeri raccontano un gruppo che tiene, pur in un mercato dove margini, consumi e fedeltà dei clienti sono sotto pressione, e che continua a pesare in modo concreto nelle abitudini di spesa di milioni di famiglie. Dietro la fotografia di un bilancio senza scossoni c’è infatti un sistema che resta esteso, radicato e capace di incidere non solo sul carrello, ma anche su lavoro, servizi e posizionamento dei prodotti a marchio.
Bilancio stabile e cambio al vertice
Secondo i dati diffusi dalla cooperativa, oltre 15,1 miliardi di euro arrivano dal solo retail, mentre la rete complessiva conta 2.237 punti vendita distribuiti in 18 regioni. La quota di mercato si attesta al 10,9%, in lieve calo di un decimale rispetto al 2024, un arretramento contenuto che lascia comunque Coop saldamente nel gruppo di testa della Gdo nazionale. In una fase in cui il settore si muove tra promozioni aggressive, rincorsa al prezzo basso e trasformazione dei consumi, il fatto che i ricavi restino stabili segnala una capacità di tenuta tutt’altro che scontata. Il cambio di presidenza, in questo quadro, non arriva in un momento di crisi ma in una fase di consolidamento, e questo rende il passaggio da Maura Latini a Domenico Brisigotti un segnale da leggere soprattutto in chiave strategica: continuità nei fondamentali, ma anche necessità di interpretare un mercato che cambia velocemente.
Il peso della rete e dei prodotti a marchio
Uno dei dati più rilevanti riguarda il marchio Coop, che nel 2025 supera il 40% delle vendite a volume e genera oltre 3,5 miliardi di euro di fatturato. È un indicatore che conta più di quanto sembri, perché misura la forza della marca privata in un contesto in cui molti consumatori hanno imparato a confrontare qualità e prezzo con maggiore attenzione rispetto al passato. Per il cliente significa trovare sugli scaffali un’offerta riconoscibile, spesso percepita come più conveniente rispetto ai grandi brand industriali; per l’insegna significa avere un margine di manovra più ampio su assortimento, identità e fidelizzazione. Anche la base sociale conferma la dimensione del sistema: 6,2 milioni di soci distribuiti in 67 cooperative di consumatori. È un elemento che distingue Coop da molte concorrenti, perché il rapporto con il territorio e con la clientela non si esaurisce nell’atto d’acquisto. A questo si aggiunge la tenuta dell’occupazione, con 58.000 dipendenti, una presenza femminile superiore al 71% e quasi il 46% di donne in ruoli direttivi, numeri che restano significativi in un settore dove il lavoro è spesso attraversato da riorganizzazioni e forte pressione sui costi.
Dal supermercato ai servizi cosa cambia per i consumatori
Il perimetro Coop non si ferma alla distribuzione alimentare. CoopVoce, la telefonia a marchio Coop, sale a 2,3 milioni di utenti, con una crescita del 3,4% sul 2024 e ricavi per circa 161 milioni di euro, in aumento del 2,6%. È una conferma del fatto che la relazione con il consumatore passa sempre di più da un ecosistema di servizi che ruota attorno alla fiducia nel marchio. Per chi compra, questi numeri si traducono in una presenza capillare, in una spinta crescente verso i prodotti a marchio proprio e in una strategia che prova a presidiare anche spazi diversi dal supermercato tradizionale. La vera partita, nei prossimi mesi, sarà capire se questa stabilità saprà trasformarsi in crescita in un mercato dove il cliente cambia abitudini in fretta, pretende convenienza ma non rinuncia alla qualità e premia chi riesce a tenere insieme prezzo, servizio e credibilità.








