⁠⁠Economia

Basilico a Delfin: cessione di partecipazioni finanziarie per il riacquisto di quote

Riunione in sala consiglio con quattro manager sullo sfondo e fascicoli finanziari, grafici e cartella nera sul tavolo
Documenti e fascicoli su un tavolo di consiglio evocano le scelte su asset e governance in una holding familiare.

Alla vigilia dell’assemblea di Delfin, la holding lussemburghese che custodisce il cuore dell’eredità finanziaria di Leonardo Del Vecchio, si apre un fronte che può incidere sugli equilibri tra gli eredi e sul futuro stesso della cassaforte di famiglia. A muovere le acque è Rocco Basilico, uno degli otto eredi, che ha messo sul tavolo una proposta destinata a pesare sia sul confronto interno sia sulla struttura degli investimenti del gruppo.

Una lettera che riapre il dossier sulle uscite

Nella lettera inviata a Delfin e agli altri soci, anticipata da Repubblica e visionata anche dall’ANSA, Basilico affronta uno dei nodi più delicati per una grande holding familiare: come consentire a chi non vuole più restare nella compagine di uscire senza compromettere l’assetto complessivo. La prima ipotesi è la più lineare e anche la più radicale: Delfin potrebbe vendere le sue partecipazioni finanziarie, cioè quote in società come Mps, Generali e UniCredit, per raccogliere la liquidità necessaria a riacquistare le quote dei soci intenzionati a lasciare. Il risultato sarebbe una Delfin più snella, concentrata quasi esclusivamente su EssilorLuxottica e priva della componente di diversificazione costruita nel tempo. Per chi osserva la vicenda dall’esterno, il passaggio è rilevante perché mostra come, all’interno delle grandi dinastie industriali, il tema della continuità non riguardi soltanto il controllo, ma anche la compatibilità tra interessi diversi, tempi differenti e visioni non sempre allineate sul destino del patrimonio.

Le due strade sul tavolo e il peso di EssilorLuxottica

Basilico però non si ferma a una sola soluzione e propone anche una via che definisce più equilibrata. In questo secondo scenario, Delfin manterrebbe intatta la partecipazione in EssilorLuxottica, cioè l’asset strategico per eccellenza, e distribuirebbe direttamente ai soci parte o tutte le partecipazioni finanziarie. Tradotto: invece di vendere sul mercato le quote in banche e assicurazioni, sarebbe la holding a girarle agli azionisti, lasciando poi a ciascuno la scelta su quando e come monetizzarle. È una differenza tutt’altro che tecnica, perché sposta il baricentro della decisione dal livello societario a quello individuale e prova a tenere insieme due esigenze: evitare lo smantellamento immediato del perimetro e offrire una via d’uscita a chi non intende più rimanere. In filigrana si legge anche un messaggio preciso: il controllo su EssilorLuxottica va preservato, mentre tutto ciò che è più finanziario e meno identitario può diventare leva per ridisegnare i rapporti tra i soci. Per il mercato e per gli osservatori della governance familiare, è un passaggio che merita attenzione perché segnala quanto il valore di una holding non dipenda solo dagli asset che possiede, ma dalla capacità di trovare un compromesso sostenibile tra chi resta e chi vuole uscire.

Il nodo della valutazione e perché il 25 per cento fa discutere

Il punto più sensibile della proposta riguarda però la valutazione degli asset, perché da quel calcolo dipende quanto incasserebbe chi decide di uscire. Basilico distingue tra le partecipazioni finanziarie, da valorizzare al 100% del prezzo di mercato perché considerate facilmente liquidabili, e la quota in EssilorLuxottica, alla quale propone di applicare uno sconto del 25% rispetto alla Borsa. La motivazione è quella tipica delle holding: possedere un titolo attraverso una cassaforte societaria non equivale ad averlo direttamente in portafoglio, perché ci sono vincoli, tempi e minore liquidabilità. È un criterio noto nella finanza, ma il livello dello sconto, definito dallo stesso Basilico nella fascia alta di quelli normalmente applicati, può diventare il vero terreno di confronto. Per gli eredi che volessero lasciare, uno sconto elevato riduce il valore della partecipazione; per chi resta, invece, può rappresentare un modo per rendere più sostenibile l’operazione ed evitare che la holding si trovi sotto pressione. Da qui passa il senso concreto della vicenda: non è solo una disputa tra soci, ma una scelta che può ridisegnare il profilo di Delfin, il suo grado di esposizione ai mercati e il modo in cui verrà gestita, nei prossimi anni, una delle più importanti eredità imprenditoriali italiane. L’assemblea dirà se questa proposta aprirà davvero una nuova fase o se resterà il segnale, comunque forte, di una frattura che non può più essere rinviata.