Attualità

Attentato a Ranucci, la sfida ai criminali di alto livello e il lavoro degli investigatori

Cancello in ferro bruciato e deformato con nastro della polizia e investigatori al lavoro davanti a una casa
Il cancello danneggiato dall’esplosione e l’area transennata durante i rilievi degli investigatori.

L’arresto di quattro persone per l’attentato contro Sigfrido Ranucci riporta al centro una questione che va oltre il singolo episodio: la vulnerabilità concreta di chi fa informazione d’inchiesta in Italia. E le parole del conduttore di Report, pronunciate dopo il blitz dei carabinieri, danno il senso di una vicenda che per contorni e modalità appare tutt’altro che improvvisata.

Un attentato che torna a pesare

Ranucci, intervenendo ad Agorà Estate su Rai Tre, ha parlato di “una squadra che fa per mestiere questo, attentati, estorsioni, probabilmente per la criminalità di alto livello”, una definizione che sposta subito il caso su un piano preciso. Non l’azione isolata di qualcuno mosso da rancore personale, ma un gruppo che, secondo la lettura del giornalista, avrebbe agito con competenze e metodi riconducibili a un ambiente criminale strutturato. L’attentato risale alla sera del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti al cancello della sua abitazione a Pomezia, vicino Roma. Un gesto che non provocò conseguenze irreparabili, ma che aveva un significato inequivocabile: colpire la sfera privata di un volto noto del giornalismo investigativo. Lo stesso Ranucci ha raccontato di sentirsi bene, pur ammettendo che gli arresti lo hanno “riportato indietro a quel giorno”, con quello “stordimento” che spesso accompagna il riemergere di un trauma dopo mesi di attesa e incertezza.

Chi sono gli arrestati e cosa emerge dall’indagine

Nelle prime ore di ieri, tra le province di Napoli e Avellino, i carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di misura cautelare nei confronti di quattro persone: tre sono finite in carcere, una agli arresti domiciliari. Si tratta di Antonio Passariello, residente a Cicciano, nel Napoletano, e di Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, tutti residenti nell’Avellinese. Secondo l’impianto investigativo, il gruppo avrebbe agito su commissione, in cambio di diverse migliaia di euro. Un elemento, questo, che se confermato disegnerebbe uno scenario ancora più delicato, perché rimanda non solo agli esecutori materiali ma anche a chi avrebbe avuto interesse a intimidire il giornalista. I quattro hanno precedenti penali legati alla droga, mentre il profilo del 53enne Passariello appare più pesante: tra i precedenti figurano sequestro di persona, violenza sessuale, rapina ed estorsione. La procura di Roma, nella richiesta di arresto, aveva contestato l’accusa di strage, poi non riconosciuta dal gip nell’ordinanza. È un passaggio giuridico rilevante, perché incide sulla qualificazione del fatto e sulle pene, ma non riduce il peso dell’episodio né il livello di allarme attorno a un ordigno collocato davanti alla casa di un giornalista.

Perché questa vicenda riguarda anche il lavoro dell’informazione

Il punto, per chi legge, non è soltanto la cronaca giudiziaria. Un attentato contro il conduttore di una trasmissione simbolo dell’inchiesta televisiva tocca il rapporto tra criminalità, libertà di stampa e diritto dei cittadini a essere informati. Quando a essere colpito è un giornalista che lavora su poteri opachi, affari illeciti e interessi sensibili, il messaggio può diventare collettivo: intimidire uno per condizionare molti. Per questo le parole di Ranucci sugli investigatori, definiti “formidabili”, vanno lette anche come un riconoscimento al ruolo dello Stato nel ricostruire una catena di responsabilità che potrebbe non fermarsi agli esecutori. Il passaggio decisivo, adesso, sarà capire se dagli interrogatori o da eventuali confessioni emergeranno i mandanti e il movente preciso. È lì che questa storia può cambiare davvero di significato, perché un conto è fermare chi piazza un ordigno, un altro è arrivare a chi lo ordina. E in mezzo c’è un dato che resta, al di là degli sviluppi processuali: in Italia il giornalismo d’inchiesta continua a muoversi in un terreno dove la pressione non è solo verbale o giudiziaria, ma talvolta assume una forma brutale e materiale. La partita, insomma, non si chiude con gli arresti: semmai comincia adesso, nel punto in cui la cronaca incontra la verità che manca ancora.