⁠⁠Economia

Accertamenti fiscali in forte crescita: nel 2025 il Mef ne conta 223.000

Uomo in ufficio controlla documenti fiscali al desk, con laptop, calcolatrice e monitor con grafici dati
Un professionista esamina fatture e dati su schermo, richiamando l’aumento degli accertamenti fiscali e dei controlli mirati nel 2025.

Nel 2025 gli accertamenti fiscali ordinari sono saliti oltre quota 223 mila, circa 34 mila in più rispetto al 2024. Il dato, riferito in Commissione Finanze alla Camera dalla sottosegretaria al Mef Lucia Albano sulla base della relazione della Corte dei Conti, riporta al centro un tema che riguarda da vicino partite Iva, imprese e contribuenti: i controlli non diminuiscono, cambiano bersaglio e metodo.

Più controlli e numeri in netta crescita

L’aumento del 18% registrato in un solo anno è il passaggio più evidente della fotografia scattata dal Ministero dell’Economia. Secondo quanto spiegato da Albano rispondendo a un’interrogazione del Movimento 5 Stelle, non ci sarebbe dunque una carenza di verifiche da parte dell’amministrazione fiscale, come sostenuto dagli interroganti, ma piuttosto una diversa impostazione del lavoro. Tra i 223 mila accertamenti ordinari effettuati nel 2025, circa l’11% riguarda soggetti titolari di partita Iva, un dato che conferma come professionisti e autonomi restino osservati speciali, anche se non esclusivi. Il punto politico e amministrativo è qui: il Fisco vuole mostrare di essere presente, ma prova a farlo con controlli più selettivi, cercando di concentrare risorse e attenzione sui profili ritenuti più a rischio.

Come cambia la strategia del Fisco

La linea indicata dal governo è quella di verifiche sempre più mirate, con l’obiettivo dichiarato di evitare interventi inutili su chi presenta una posizione fiscale regolare. In pratica significa meno controlli “a strascico” e più analisi preventive basate sull’incrocio delle informazioni già in possesso dell’amministrazione. Il riferimento alle banche dati non è secondario, perché oggi il Fisco può confrontare con maggiore facilità dichiarazioni, fatture elettroniche, corrispettivi telematici, movimenti Iva e altri flussi informativi già digitalizzati. A questo si aggiunge il ricorso crescente all’intelligenza artificiale, chiamata a individuare anomalie, scostamenti e comportamenti considerati incoerenti. Per i contribuenti il risultato potrebbe essere un aumento delle richieste su casi più circoscritti e documentati, con margini teoricamente minori per errori grossolani da parte dell’amministrazione, anche se il tema della trasparenza dei criteri usati resta aperto.

Cosa significa per partite Iva e contribuenti

Nella vita concreta questo scenario si traduce in una pressione diversa, non necessariamente più visibile ma potenzialmente più incisiva. Per una partita Iva, per un piccolo imprenditore o per un professionista, il rischio non è tanto quello di controlli generalizzati quanto di essere intercettati da sistemi che segnalano incongruenze tra dati fiscali, spese, ricavi e adempimenti. Chi è in regola potrebbe teoricamente beneficiare di una minore esposizione a verifiche inutili, ma chi presenta anomalie, anche dovute a errori formali o a una gestione amministrativa disordinata, potrebbe trovarsi più facilmente nel radar dell’Agenzia. Per questo la crescita degli accertamenti non va letta solo come una notizia statistica o come un segnale politico: racconta un passaggio in cui il rapporto tra cittadino e Fisco diventa sempre più digitale, automatizzato e preventivo. La questione, nei prossimi mesi, sarà capire se questa maggiore capacità di selezione produrrà davvero controlli più equi e meno invasivi oppure se aprirà nuove contestazioni su affidabilità degli algoritmi, diritto di difesa e possibilità per il contribuente di comprendere fino in fondo perché è stato scelto per un accertamento.