La frenata arriva in uno dei segmenti più redditizi del turismo italiano. La guerra in Medio Oriente sta riducendo in modo netto gli arrivi dal Golfo Persico, con un impatto che non riguarda soltanto i numeri delle presenze ma anche la qualità della spesa, tradizionalmente alta, di questi viaggiatori.
Un calo brusco nel pieno della stagione
I dati messi in fila dall’ultima indagine della Banca d’Italia sul turismo internazionale raccontano un quadro doppio. Da una parte il settore continua a mostrare una dinamica positiva: dopo un 2025 favorevole, anche nel primo trimestre del 2026 la spesa dei visitatori stranieri in Italia è aumentata, sostenuta anche dall’effetto di richiamo legato alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Dall’altra, però, si apre una crepa evidente su un mercato molto specifico e strategico. Secondo le elaborazioni ricavate dai dati di telefonia mobile, le presenze di turisti provenienti dall’area del Golfo Persico sono scese di circa il 35% a marzo, del 60% ad aprile e del 20% a maggio rispetto agli stessi mesi del 2025. Una variazione così ampia, concentrata in pochi mesi, segnala che la crisi geopolitica ha inciso rapidamente sulle decisioni di viaggio, spingendo molte famiglie e molti visitatori alto-spendenti a rinviare o cancellare la partenza.
Perché il mercato del Golfo pesa più di quanto sembri
Il dato diventa rilevante soprattutto se si guarda al profilo di questo turismo. I visitatori provenienti da Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e dagli altri Paesi dell’area non rappresentano solo un flusso internazionale in più: in molte città italiane hanno una capacità di spesa superiore alla media, soggiornano spesso in hotel di fascia alta, fanno acquisti nel lusso, scelgono servizi privati e si concentrano in periodi dell’anno preziosi per la tenuta dei ricavi. Per destinazioni come Milano, Roma, Venezia, Firenze o la Costiera amalfitana, ma anche per lo shopping di grandi marchi e outlet, una contrazione di questo tipo può farsi sentire ben oltre il semplice conteggio degli arrivi. Il contesto pesa molto: quando cresce l’instabilità nell’area mediorientale, aumentano le incertezze sui collegamenti aerei, sulla sicurezza percepita e sulla programmazione dei viaggi familiari, che spesso vengono organizzati con largo anticipo e richiedono un quadro internazionale stabile. Non a caso, il calo più marcato si registra ad aprile, nel momento in cui la tensione regionale ha avuto maggiore visibilità e ha finito per influenzare anche il turismo in uscita.
Gli effetti per l’Italia tra tenuta generale e segnali da non ignorare
Il punto, per ora, non è un crollo del turismo italiano nel suo complesso. La fotografia della Banca d’Italia suggerisce anzi che il sistema regge, grazie alla forza della domanda internazionale più ampia e a grandi eventi capaci di attirare nuovi flussi. Tuttavia il ridimensionamento degli arrivi dal Golfo è un segnale che operatori, albergatori e territori non possono archiviare come una parentesi marginale. Quando si perde una quota di clientela ad alta spesa, l’effetto sui fatturati può essere più forte del calo percentuale delle presenze, soprattutto nei segmenti premium dell’ospitalità, del commercio e dei servizi. Per il lettore significa anche capire quanto il turismo italiano sia esposto agli equilibri internazionali: una guerra lontana geograficamente può avere conseguenze concrete su città, negozi, aeroporti e lavoro stagionale. Molto dipenderà da quanto durerà l’instabilità e dalla capacità del settore di compensare con altri mercati, senza dare per scontata una domanda che negli ultimi anni aveva garantito margini importanti. L’estate e l’autunno diranno se si tratta di una frenata temporanea o del primo segnale di un cambio più profondo nelle rotte del turismo verso l’Italia.








