⁠⁠Economia

Raccontare l’Italia rurale per salvarla dal degrado

Agricoltore di spalle su un sentiero tra vigneti e campi coltivati, con muretto a secco e colline sullo sfondo
Un agricoltore percorre campi e filari: la cura quotidiana che preserva il paesaggio rurale e ne contrasta l’abbandono.

Raccontare il paesaggio agrario italiano non è un esercizio estetico né un’operazione di immagine. È, sempre di più, un modo per difendere territori che senza presenza umana, coltivazioni e manutenzione rischiano di perdere identità, equilibrio ambientale e tenuta sociale.

Il paesaggio rurale come bene da proteggere

È da questa idea che si è aperto in Friuli Venezia Giulia il primo appuntamento del Cantiere di Racconto dell’Italia Rurale, il laboratorio promosso dalla Rete Pac con il Ministero dell’Agricoltura e la Regione Fvg attraverso Sviluppo Rurale Fvg. A indicare la direzione è stato Davide Rampello, curatore e direttore artistico, che ha legato in modo netto il tema della narrazione a quello della tutela concreta del territorio. Il punto, nelle sue parole, è semplice: quando un’area viene abbandonata, il degrado arriva quasi sempre dopo. Per questo raccontare il paesaggio agrario significa anche riconoscerne il valore pubblico, renderlo visibile e provare a invertire una tendenza che in molte zone del Paese ha già prodotto perdita di biodiversità, impoverimento delle colture tradizionali e fragilità crescente delle aree interne.

Perché il racconto incide sulla realtà

Il passaggio interessante, in questa iniziativa, è che la comunicazione non viene trattata come un accessorio. Rampello ha insistito su un aspetto spesso trascurato nel dibattito agricolo: dare parole, immagini e significato ai territori rurali può incidere sulle scelte collettive, sugli investimenti e perfino sulla percezione che cittadini e istituzioni hanno di quei luoghi. Raccontare bene una campagna non vuol dire idealizzarla, ma mostrare che dentro quel paesaggio ci sono biodiversità, innesti, saperi locali, lavoro quotidiano e una forma di manutenzione diffusa che tiene insieme ambiente e presenza umana. Coltivare, in questa prospettiva, non coincide solo con la produzione agricola. Vuol dire presidiare il territorio, curare boschi e margini, ridurre il rischio di dissesto idrogeologico e conservare una qualità del paesaggio che ha effetti diretti anche su turismo, vivibilità e coesione locale. È il motivo per cui l’abbandono di campi, terrazzamenti e aree marginali non riguarda soltanto gli agricoltori, ma finisce per toccare una questione più ampia di interesse generale.

Il laboratorio della Rete Pac e gli effetti possibili

Il percorso avviato in questi giorni proseguirà fino al 9 luglio e metterà attorno allo stesso tavolo competenze molto diverse, dalle amministrazioni agli imprenditori agricoli, passando per ricercatori e professionisti della comunicazione. La Rete Pac, del resto, nasce proprio come spazio di scambio sulle politiche agricole e di sviluppo rurale, con l’obiettivo di sostenere l’attuazione delle strategie nazionali. Accanto a Rampello lavoreranno anche William Gray, autore e copywriter italo-americano, e Alessandro Spinelli, esperto di digital marketing e strategie di crescita. I materiali che usciranno da questo laboratorio confluiranno poi nell’evento annuale della Pac previsto a novembre a Roma. Il nodo, però, va oltre il calendario degli incontri. Se la narrazione del mondo rurale riesce a diventare più precisa, più contemporanea e meno stereotipata, può aiutare a rendere visibile ciò che spesso resta ai margini: il valore economico e ambientale di chi continua a coltivare, il ruolo delle comunità locali e la necessità di politiche che non guardino alle campagne come a un fondale, ma come a una parte decisiva dell’Italia reale. Ed è su questo terreno che il racconto, da semplice cornice, può trasformarsi in uno strumento capace di lasciare traccia.