A quattro anni dal traguardo dell’Agenda 2030, l’Italia arriva all’appuntamento con qualche passo avanti ma ancora molti nodi aperti. L’aggiornamento del Rapporto Istat sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile racconta un Paese che migliora rispetto al 2015, ma resta spesso sotto la media europea proprio nei settori che incidono di più sulla qualità della vita, dal lavoro al clima, dalle città alle disuguaglianze.
Un bilancio migliore del 2015 ma ancora in salita
I numeri diffusi dall’Istat fotografano un progresso reale, anche se incompleto. Nel 2025 il 34% degli indicatori colloca l’Italia in una posizione migliore rispetto alla media Ue27, mentre il 49% la vede ancora in svantaggio e il 17% in linea con il dato europeo. Dieci anni fa il quadro era più debole: gli indicatori favorevoli erano il 28% e quelli sfavorevoli il 54%. Il punto, però, è che il miglioramento non basta a garantire il raggiungimento degli obiettivi nei tempi previsti. L’Istat segnala infatti che il 53,8% delle misure mostra una tendenza positiva nell’ultimo decennio, ma una quota rilevante resta ferma o difficile da interpretare, mentre l’11,3% è in peggioramento. Anche guardando solo all’ultimo anno, il quadro resta misto: circa la metà delle misure migliora, oltre un quarto è stabile o stagnante e il 24% peggiora. Tradotto fuori dal linguaggio statistico, significa che il sistema-Paese si muove, ma con una velocità troppo irregolare per pensare di chiudere il divario in pochi anni.
Dove l’Italia tiene e dove invece resta indietro
Il profilo più favorevole emerge nel Goal 12, quello su consumo e produzione responsabili, dove tutti gli indicatori considerati sono migliori della media europea. Segnali positivi arrivano anche dai Goal 2, 5, 7 e 16, quindi alimentazione, parità di genere, energia e qualità delle istituzioni. Sono aree diverse tra loro, ma hanno un tratto comune: mostrano che quando politiche pubbliche, tessuto produttivo e abitudini sociali si allineano, il Paese riesce a essere competitivo anche sul terreno della sostenibilità. Le criticità più marcate, invece, si concentrano nel Goal 15, dedicato alla biodiversità e alla vita sulla terra, dove tutti gli indicatori collocano l’Italia sotto la media Ue. E non è un dettaglio per addetti ai lavori, perché qui entrano in gioco consumo di suolo, stato degli ecosistemi, fragilità del territorio e capacità di prevenire danni ambientali che poi si scaricano sull’economia e sulla sicurezza delle comunità. Male anche lavoro dignitoso e crescita economica, lotta al cambiamento climatico, riduzione delle disuguaglianze, città sostenibili, innovazione e infrastrutture. Sono proprio questi gli ambiti in cui i cittadini percepiscono più chiaramente il peso dei ritardi, tra salari deboli, servizi discontinui, trasporti insufficienti, costi energetici e vulnerabilità agli eventi estremi.
Il divario tra territori e la corsa contro il tempo
Il rapporto mette in luce anche una geografia molto netta. Nelle aree People e Prosperity, cioè quelle che riguardano benessere sociale ed economico, resta evidente il dualismo a svantaggio del Mezzogiorno. È un dato che conferma come lo sviluppo sostenibile, in Italia, non sia solo una questione ambientale ma anche di accesso a opportunità, istruzione, occupazione e servizi. Più sfumata è invece la distribuzione dei risultati nelle aree Planet, Peace e Partnership, dove in diversi casi il Sud presenta performance relativamente migliori, soprattutto su alcune misure ambientali. Questo non significa che il divario si stia chiudendo, ma suggerisce che la sostenibilità non segue una sola mappa e che le fragilità economiche non coincidono sempre con quelle ecologiche. Il nodo politico, a questo punto, è tutto qui: usare i prossimi quattro anni per trasformare i miglioramenti sparsi in una traiettoria più solida e meno diseguale. L’Agenda 2030 non è più un orizzonte astratto, ma un calendario ravvicinato. E i dati Istat ricordano che il tempo delle correzioni graduali si sta assottigliando, mentre cresce la necessità di scelte più chiare su lavoro, ambiente, investimenti e tenuta sociale.








